Cristiano Carotti, Burning Hotel

Cristiano Carotti

Io, quando incontro l’Arte, faccio così: faccio finta di niente. Fingo di esserci abituato, che sia normale trovarmi lì in mezzo all’arte, che sia qualcosa che mi piace, sì, ma niente di speciale, sa, io queste cose… che cosa vuole che sia, nel 2010, vorrà mica lasciarsi impressionare. Faccio finta che ne ho viste cose, bello, per carità, complimenti, ma sono stato a Berlino, sa com’è.

Invece io, sotto sotto, sono uno che si emoziona. Per me non è facile stare tranquillo davanti all’arte. Figuriamoci poi quando ci sono dentro dalla testa ai piedi. E così quando vado in questi posti dove c’è l’Arte, io ci porto la macchina fotografica, come per dire: guardi, son qui per lavoro, complimenti, complimenti, ma è il mio lavoro.

Invece questo blog non è un lavoro. E quell’Arte che incontro mi mette in agitazione.

Per chi ha voglia di mettersi in agitazione, a Perugia, via Podiani 19, la Galleria MioMao ha dato spazio a Cristiano Carotti. Le donne di solito di lui dicono “è un figo pazzesco”, cosa che può sembrare uno stratagemma per parlare d’altro rispetto a quello che fa per vivere (ovvero l’artista) ma in realtà è un modo per sviare l’attenzione della propria coscienza dalle emozioni forti che è proprio il suo lavoro d’artista a suscitare.

Così uno entra in una galleria d’arte e si aspetta di vedere dei quadri alle pareti, invece si trova in un ambiente che è tutto un quadro. Lì dentro ci si aspetta che qualcuno degli attori (dipinti, scolpiti, pupazzati, appesi, decapitati, ingabbiati) possa fare un gesto, un verso, una smorfia da un momento all’altro. Ci si sente immerersi in un’atmosfera che basterebbe qualche odore tipo gomma bruciata per scatenare profondi inqualificabili moti di panico.

Burning Hotel, Cristiano CarottiOggi vanno molto i film in tre dimensioni. Dovrebbero essere ben digeribili quindi i quadri in tre dimensioni, dove si entra, si cammina, si osserva, si subisce, attenti a non calpestare la camicia appallottolata, lasciamo stare i soldatini di plastica sulle gambe del Minotauro, occhio alla testa del palombaro sul pavimento… e non facciamoci sopraffare dalle pareti, che sono tutte una storia, miriadi di storie senza senso o senza testa, con la testa che fa senso, con gli occhi a cartoni animati demoniaci. Con un’inquietudine onirica che nemmeno un domatore con le bretelle potrebbe mai domare.

Conoscendo Carotti, si sa, si sbircia in un mondo di acrobati giocolieri domatori ussari palombari minotauri, mostri demostrizzati con l’aperitivo in mano, cose dell’altro mondo trapiantate in questo senza troppi riguardi, suturate brutalmente, chi se ne importa se quella testa su quel corpo ci sta un tantino orribilmente. Siamo in un sogno che vorrebbe diventare un incubo. Siamo dentro la pancia della balena di Carotti, dove appesa al soffitto c’è la gabbia di un canarino. Ma guardagli bene la faccia, al canarino…

Sa, io ho visto Greenaway con le sue valigie in una stanza con l’acqua che sgocciola da vasche antiche. Ma qui non sento la nostalgia di quegli spazi enormi e di quelle altissime pile accatastate. Qui entro nel ventre dell’Arte scendendo le scalette della MioMao e mi trovo nella pancia di Carotti che, gravido d’arte, ci mostra quello che succede al suo interno (intendo proprio dire l’interno di Carotti… guardate che non vaneggio – non del tutto).

Se poi vogliamo anche seguire il filo narrativo di questa vicenda, possiamo dare spazio al concept del Burning Hotel. Il giorno dell’opening posso raccontare di aver visto Carotti in persona, in livrea alberghiera, accogliere i curiosi seduto in un angolo a disegnare mostri sulla tavoletta grafica, proiettati su schermo mentre una band di tre giovani in livrea pure loro suonava nella scatola della mostra come un carillon vivente in un packaging morente.

Ma queste cose vorrei che le scopriste da soli. Fate in fretta perché la mostra (ma si può chiamare così? Una mostra con i mostri) resta alla Galleria Mio Mao solo fino al 24 dicembre 2010. In fretta, gente.

Fotografie dell’opening su Picasaweb e su Facebook.

 

Marco Morello di supersalute.com